Làstrego & Testa Editoria

Da «Lo Specchio Meraviglioso»

3. Specchio del mare – 1972, vicino a Smirne

Quando si nuota, non è come quando si cammina.
L'acqua sostiene il corpo e dopo, la notte, è facile fare dei sogni nei quali si vola leggeri, come si è volato di giorno nel mare, dove esiste il basso dell'immergersi e l'alto del risalire.
Nel mare ho trovato delle conchiglie sonore, dei lisci sassi colorati e ho anche capito perché non vale la pena di aver paura.

Quando mi immergo, il pelo dell'acqua, guardato dal basso, appare come uno specchio in continuo movimento, che non riflette immagini distinte. Sembra una barriera luminosa che segna il confine con tutto ciò che sta al di sopra del mare. Un riflesso che impedisce di vedere il cielo, la costa e le colline coperte di alberi.

Iperventilazione vuol dire respirare profondamente e in rapida successione, per ossigenare molto il sangue e avere una maggior riserva di fiato. Continuo fino a sentire un leggero senso di stordimento: è il segno che sono pronto per l'immersione.
Poi una capriola, e scendo in mezzo alle bollicine.

Scendo lungo una parete di rocce rotte e percorse da lunghe striature irregolari, per esplorare una fessura che corre in basso, poco sopra un fondo piatto e sassoso.
Sotto il costone, nell'ombra, c'è un pesce dai riflessi d'argento.

Mi guarda, si volta, si allontana senza fretta, senza emozione apparente, sfruttando il riparo di una cornice di roccia e continuando a tenermi d'occhio.
Lo seguo lentamente, cercando di avvicinarmi con cautela per non spaventarlo troppo: in una gara di velocità lui è certo più bravo di me.

Sono io che voglio sopraffarlo oppure è un ricordo genetico, fossile ma vivo, che mi spinge in questo momento?

Il pesce continua a nuotare scendendo ancora verso il basso, sempre lungo una fessura inclinata e io dietro, mentre comincio a sentire il desiderio di respirare di nuovo.

Disegno: un sub con maschera e boccaglio scende lungo una sagola tra i pesci, sotto il volto sognante di una donna

Sono quasi a distanza di tiro e continuo a seguirlo.
A volte capita, specialmente con pesci grossi ed esperti come questo: sentono l'irrigidirsi del mio corpo, il tendersi dei nervi che precedono l'attimo in cui premerò il grilletto e mi anticipano con un guizzo improvviso.
Il pesce guizza e si ripara in una tana. Memorizzo dei punti di riferimento per il prossimo tentativo, e comincio a salire verso la luce che viene dall'alto.
Adesso i polmoni reclamano aria e cerco di tranquillizzarli, promettendo che potranno respirare presto, che usciremo fra cinque metri, fra tre, fra un attimo.
Sento un fremito trasmesso alla cintura dalla sagola che sfrega contro la roccia, poi uno strappo elastico e la risalita si interrompe.

Alla cintura zavorrata di piombo è collegata, come prescritto dalla legge, una lunga sagola ed alla sagola un palloncino che segnala la mia presenza a chi naviga in superficie.
Mi volto verso il basso e vedo la sagola ancorata ad un uncino di roccia: una sorta di corda doppia con me da una parte, il palloncino dall'altra e, in mezzo, l'aggancio sommerso.
È come essere appeso, ma in una situazione simmetrica, perché la corda invece di sostenermi mi trattiene.
Uno strattone deciso, un tentativo di far forza sulle pinne: la sagola non cede, il palloncino non scende sott'acqua e il tempo si ferma.

L'attimo si dilata e il pensiero segue diverse vie, cercando un modo per uscire da quella situazione, senza poter smettere di riflettere. Sono immagini, impulsi ad agire e contrordini rapidi, progetti abbozzati ma anche parole.

Non devo continuare ad agitarmi e forzare ancora di più. No! Pericolo!
Già il primo tentativo è stato troppo faticoso e la corda non ha ceduto per niente. Calma!
Estrarre il coltello per tagliare la sagola? Non si può fare!
Non è abbastanza affilato!
Immergermi nuovamente e passare, in senso inverso, sotto la roccia liberandola? Impossibile! Non ho più fiato abbastanza!

Allora è così che capita. Senza fanfare, senza rituali particolari. Senza preavviso. Senza paura e senza angoscia, con simpatia tranquilla per le persone che ho conosciuto e per il mondo che lascio. Il capolinea è fatto così.
E poi?
Meglio resistere ancora un poco: quando manca l'ossigeno si sviene e non è una cosa fastidiosa come bere e tossire.
Quanto bene voglio a Bella!
Eppure non posso tornare da lei nel mondo dove si respira aria, e so che questo le farà dispiacere.
Non voglio farle dispiacere! Non voglio! E allora?
Un nuovo tentativo, senza più distacco, senza più curiosità scientifica, con la volontà tesa, con urgenza, non per me ma per lei.
All'improvviso, la soluzione appare nella forma di un gesto semplice. Certo! Facile!
Chissà perché non ci ho pensato subito? C'è ancora tempo?

Le mani corrono ad aprire il fermaglio a scatto della cintura che scende lentamente verso il fondo, con i suoi pesi di piombo, il suo coltello, la sua sagola attaccata al palloncino, lasciandomi libero, mentre mi sforzo di non aprire la bocca e di non provare a respirare troppo presto.
Adesso bisogna risalire, sfondare il soffitto specchiante, uscire per il respiro più lungo di tutti, seguito da tanti altri, finché il cuore si calma.
Poi ricordare che quella cosa vuota alla quale mi sono avvicinato molto non fa paura, anzi, se mai, incuriosisce un poco.

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