Làstrego & Testa Editoria

Autobiografia di
Cristina Làstrego Testa

da «Specchio Meraviglioso»

Un giorno ho visto che Bella stava scrivendo. Incuriosito le ho chiesto di che cosa si trattava.
– Oggi non ho disegnato! È venuta voglia anche a me di scrivere un pezzo della mia storia! Guarda qui!
Mi ha passato il quaderno con diverse pagine ben scritte con la sua scrittura nitida da architetto.
Le ho trovate interessanti e le ho chiesto di inserirle tra quelle di questo libro.
Lei ha trovato la cosa divertente ed ha acconsentito.
Così eccone un frammento riprodotto qui di seguito.
Se qualcuno scrive la sua autobiografia, non si rispecchia nella scelta dei ricordi che affiorano alla superficie della memoria, scegliendo solo quelli che vuole raccontare?

Sono nata in Italia, a Castello d'Annone, vicino ad Asti, nella fornace del nonno.
Fin da piccolissima amavo giocare con la creta e con i mattoni crudi, che mi servivano per fare delle costruzioni di tante forme diverse.
C'era un maialino chiamato Rilli e riuscivo a comunicare con lui facendo dei piccoli grugniti.
Avevo delle forbicine e ci ritagliavo nella carta delle file di bamboline che si tenevano per mano, e gli adulti si stupivano per la mia abilità manuale.
Mi impadronivo dei registri del nonno su cui erano riportati vecchi conti resi inutili dal passare del tempo e ci disegnavo tutti gli animali di cortile che vedevo intorno a me.
Quando ho avuto cinque anni, sono partita per l'Argentina insieme ai miei genitori per raggiungere uno zio scultore che aveva dovuto abbandonare l'Italia anni prima perché aveva avuto il coraggio di esporsi ed era stato perseguitato dai fascisti.
La mia vita, a Buenos Aires, cambiò completamente: dalla campagna ero passata ad una grande metropoli che mi colpiva per la sua dimensione e di cui avrei apprezzato in seguito la vivacità culturale.

Disegno: la fornace del nonno a Castello d'Annone, con la piccola Cristina e il maialino Rilli

Sui quotidiani di Buenos Aires i fumetti avevano uno spazio importante.
Quando ci vivevo da ragazzina, c'erano anche Héctor Oesterheld che scriveva la storia di Ernie Pike, Hugo Pratt che la disegnava e poi Mordillo, Quino, Oski…
Il mio papà aveva costruito per me una rudimentale macchina per proiettare immagini e io disegnavo su carta trasparente delle storie a fumetti e poi organizzavo degli spettacoli con i miei amici…

Alle scuole superiori ho incontrato un'insegnante straordinaria: la mia professoressa di psicologia. Era giovane. Si comportava come un'amica e ci insegnava a usare alcune nostre facoltà. In particolare ci faceva fare esperienza di trasmissione telepatica di numeri. Prendendo nota dei risultati, si vedeva che alcuni di noi erano più bravi a trasmettere ed altri a ricevere.
Io ricevevo piuttosto bene.
Non c'era niente di misterioso: piuttosto si trattava di un gioco interessante e della scoperta di possibilità di cui altri non mi avevano mai parlato. Una esperienza lieta e tranquilla, un modo per ricevere parte delle istruzioni per l'uso di una vita cominciata da poco.

Finito il liceo, avrei tanto voluto seguire una scuola per diventare fumettista.
Ma, al momento della scelta, è prevalsa la mia antica passione per le costruzioni, e mi sono iscritta ad architettura.
Ho studiato per quattro anni a Buenos Aires, e intanto insegnavo come supplente ai bambini delle elementari.

Tornando in Italia, mi sono fermata a Barcellona per vedere le costruzioni di Gaudí e mi sono innamorata del parco Güell, anche per i collages di piastrelle rotte e per gli archi sbilenchi di mattoni.

Ho finito gli studi di architettura a Torino, dove ho incontrato uno strano gruppo di studenti. In particolare, ce n'era uno che studiava filosofia, indossava un vecchio loden nero e portava un cappello alla lobbia che in cima aveva un buco, come quello che avrebbe potuto fare un proiettile.
Si chiamava Francesco.

Ci siamo scambiati dei disegni a fumetti e anche qualche bacino.
In quel periodo abbiamo visitato la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna e il destino ha deciso per noi, sotto forma di un responsabile editoriale che, vedendoci fermi davanti al suo stand, è uscito, ci ha accolto e, dopo aver guardato i nostri disegni, ci ha proposto di fare un libro. Non ci siamo troppo interrogati sulla natura di questo fatto molto insolito, che non si è più riprodotto nel corso della nostra vita, e abbiamo accettato. Avevamo voglia di stare insieme collaborando alla stessa attività. Disegnare ci piaceva. Ci piaceva avere un pubblico di bambini e incontrarli a scuola e nelle biblioteche pubbliche.

Abbiamo cominciato a lavorare in campo editoriale e, da allora, abbiamo continuato per tanti anni.
Abbiamo scritto e illustrato più di 180 volumi, i nostri lavori sono stati tradotti in una ventina di paesi, sempre inseguendo un sogno: quello di proporre dei racconti fantastici, ma anche dei modi di pensare e capire la vita e il mondo in modo libero.
Dopo sono venuti i CD-rom, che ci hanno colpito come prima proposta di vera interattività rivolta ai bambini. Ne abbiamo pubblicati 12.
Poi, in età matura, è arrivata la nuova passione per l'animazione e abbiamo realizzato, con diversi personaggi, circa 250 puntate principalmente in coproduzione con la Rai, andate in onda in molti paesi.

Disegno: due personaggi festosi nati da vecchie caffettiere

Tutto questo è stato interessante ma anche impegnativo.
Una notte non riuscivo a dormire e cercavo qualcosa da fare. Ho preso in mano delle parti di computer rotti, scarti inutilizzabili prodotti nel corso del lavoro nel campo dell'animazione. Il loro aspetto mi ha affascinato e ho cominciato a metterli insieme formando personaggi lieti e assetati di vita dove prima c'erano solo pezzi sparsi giunti alla fine del loro uso.

Così ho scoperto un modo di lavorare ed una libertà diversa da quella che conoscevo facendo libri o disegni animati.
Di lì in avanti, ho continuato a vedere in modo insolito oggetti consueti e li ho usati per riciclarli: ritagli di stoffa, pizzi, bottoni e passamanerie sono diventati la mia tavolozza.
Anche delle vecchie caffettiere, trovate in un armadio, mi hanno suggerito di dare loro nuova vita e mi sono divertita a farlo, trasformandole in personaggi dotati ciascuno di un suo carattere.

È proprio vero che l'insieme è qualcosa di diverso dalle parti che lo compongono e che una nuova opera cresce in continuo dialogo fra quello che si immagina e la realtà che mano a mano prende forma.
Per chi guarda i personaggi fantastici che preparo di notte nella mia bottega, rimane aperta la scelta fra accogliere il sorridente messaggio che ognuno di essi vuole trasmettere oppure giocare a riconoscere i singoli elementi di cui è fatto.

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